
I motivi per cui i fratelli litigano sono davvero innumerevoli, almeno negli anni dell'infanzia. A volte è dura gestire i conflitti: forse convien...
Per una madre i suoi figli sono davvero "tutti uguali"? E c'entra davvero l'amore con il rapporto unico e individuale che un genitore stabilisce con ciascuno dei bambini che ha messo al mondo?
I figli sono tutti uguali. Un mantra che si ripete da generazioni, una raccomandazione che si tramanda, un assunto che ogni genitore ripete con zelo – a se stesso e agli altri – per evitare l’onta più disonorevole per una madre (e per un padre): essere iniquo con la prole, “fare preferenze” tra i propri stessi figli.
Siamo tutti d’accordo, e ci mancherebbe, che ogni bambino meriti la stessa dedizione, lo stesso rispetto, la stessa fiducia e la stessa presenza da parte dei suoi genitori.
E che quando questo non avviene – e le risorse emotive, nervose e materiali di mamma e papà vengono ripartite in modo iniquo tra i figli – i danni finiscono sempre con l’essere enormi, in termini di autostima ma anche di rapporto tra fratelli, o tra genitori e figli.
Inutile negare, però, che le relazioni sono fatte anche di alchimie e di affinità innate. Di intese che sono chimiche ed epidermiche, di compatibilità più o meno accentuate con una persona o con l’altra. Anche se si tratta dei propri figli. Non c’è niente di male, credo, nel sentirsi più simili a un figlio rispetto all’altro, o nel condividere maggiori interessi con lui (o con lei).
Non c’è niente di male nel riuscire a comprendersi meglio con uno dei bambini che abbiamo messo al mondo, nel ritrovare in lui (o in lei) la stessa visione della vita e delle relazioni che anima noi stesse.
Nel ritrovare, per esempio, un senso dell’umorismo simile al proprio, attitudini analoghe che rendono più facile organizzare attività insieme. Una maggiore compatibilità caratteriale, una più spiccata inclinazione ad andare d’accordo. Tutto questo, però, non ha nulla a che fare con l’amore.
E non ha nulla a che fare con l’amore, aggiungerei, l’eventuale decisione di assumere, talvolta, una condotta diversa con ciascuno dei propri figli.
Perché il processo educativo non può prescindere dalla natura delle persone coinvolte, non può non tener conto del carattere di ogni bambino, del suo vissuto, delle esperienze che magari ha attraversato (che sono personali e uniche anche quando si condividono la casa, la famiglia e l’infanzia in senso lato).
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Magari quello che funziona per un figlio si rivela inutile per un altro, se non addirittura controproducente. Posto che a volte bastano piccoli accorgimenti per mostrarsi giusti nei confronti dei figli – esporre in casa lo stesso numero di foto, concedere del tempo esclusivo a ogni fratello, investire lo stesso budget per regali e attività di tutti – non ha senso, forse, imporsi una disciplina sovietica per essere sempre e comunque “equi” e paritari, dal momento che ogni relazione è una storia irripetibile e speciale, tanto più quella di una madre con ciascuno dei suoi figli.
Quello che di certo si mantiene uguale, invece, è l’intensità del sentimento che si prova per ciascuno dei propri figli, che ne siano due oppure cento. L’emozione, mista allo sgomento, nel vederli crescere, nel sentire che si incamminano lungo il loro personale sentiero e che si allontanano ogni giorno un po’ di più, diventano progressivamente più indipendenti.
La preoccupazione di fronte a un problema, a un dolore, a una malattia che li minaccia o li mette alla prova. Il senso di smarrimento al cospetto dell’imprevisto e della difficoltà che inevitabilmente, ogni tanto, ci si trova a far fronte.
Quello che resta sempre uguale sono la frustrazione quando un figlio subisce un’ingiustizia e l’orgoglio quando si comporta con giudizio, con rispetto, con intelligenza. L’amore, in definitiva. Il terreno sul quale, per una mamma, i figli sono davvero tutti uguali.
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