
Il post sulla maternità pubblicato da una mamma norvegese ha raccolto in poco tempo commenti da ogni parte del mondo, e ci ricorda che la perfezio...
Lo confesso (anche se sembra inconfessabile): a volte, da mamma, mi chiedo "chi me lo ha fatto fare" e, anche se amo perdutamente i miei figli, mi manca la vita più semplice che facevo prima.
Nonostante l’innegabile tentativo di autenticità degli ultimi tempi, la retorica della maternità, e dei figli che sono il senso della vita, la gioia più grande, i “piezze ‘e core”, impazza ancora imperterrita in rete e non solo.
Il ruolo di genitrice sembra ammantato di un’aura di santità e devozione, e guai ad ammettere che, ogni tanto, i figli sono una gran rottura di scatole, tanto da farti pensare, magari solo per un fugace momento, “chi me lo ha fatto fare?”.
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E invece – vi svelo un segreto – a molte madri capita eccome, di sentirsi sopraffatte dalla stanchezza e dal senso di responsabilità, ma questo ovviamente non ha nulla a che fare con l’amore per i propri figli. Capita a me, perlomeno, in queste circostanze:
Viaggiare con i miei figli è una soddisfazione enorme, un divertimento, un privilegio. Ma anche, spesso, una grande fatica. E se prima mi ritrovavo a improvvisare un itinerario giorno per giorno, ora comincio a studiare il programma sei mesi prima, imparando a memoria la Lonely Planet e perdendo la vista su blog e forum di viaggio.
Se prima dormivo nei peggiori ostelli – magari vestita e con un occhio aperto – adesso invecchio leggendo recensioni sugli appartamenti. Se prima riempivo uno zaino rigonfio la sera prima di partire per una vacanza di due settimane, ora dò il via alle grandi manovre di preparazione dei bagagli anche 20 giorni prima della prevista partenza.
Senza contare l’immancabile polizza assicurativa e i seggiolini auto da trascinarsi dietro viaggio dopo viaggio, altre cose di cui prima ignoravo felicemente l’esistenza. A volte, lo confesso, arrivo a chiedermi “ma chi me lo ha fatto fare?”, ma sono sicura che quando i miei figli ormai adolescenti inizieranno a viaggiare per conto loro, proverò una bruciante nostalgia!
Cosa che accade puntualmente almeno due volte a settimana. Notifiche sul regalo di Natale al bidello, sul precario stato di pulizia delle finestre, sul suono troppo stridente della campanella.
Un delirio di notifiche, un tripudio di notifiche, un inferno di notifiche. Per fortuna, in questi casi, la soluzione è sempre a portata di mano: basta uscire dal gruppo o, perlomeno, silenziare la chat.
Quando vorrei collassare sul divano con espressione inebetita, spararmi una maratona di 12 ore di serie TV su Netflix, limitarmi a ingoiare voracemente un sacchetto di arachidi per cena.
E invece, condividendo con il relativo papà la responsabilità di un paio di umani minorenni, mi (e ci) tocca in ogni caso servire un pasto decente, assicurare un minimo sindacale di dignità alla nostra casa, supervisionare la messa a letto, la doccia e via dicendo. Essere un adulto responsabile, insomma. Anche se è l’ultima cosa di cui avrei voglia in quel momento.
Non può essere che capiti soltanto a me. Non posso essere l’unica madre costretta a trasformarsi progressivamente in un incrocio fra un predicatore televisivo americano e una instagrammer motivazionale.
Se c’è una cosa che mi costa un dispendio insostenibile di energie nervose (e mi fa chiedere a me stessa chi me lo abbia fatto fare!) è la necessità di spronare costantemente i miei figli a scuotersi dal loro torpore, a evitare di accumulare ritardo su ritardo, a concentrarsi sulle spicciole attività quotidiane: finire la colazione, lavarsi i denti, gettare i panni sporchi nella cesta etc.
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A volte mi sento una specie di istruttrice di Marines, solo meno autorevole e decisamente più flaccida. Amo i miei figli più di quanto ami me stessa, e sono certa che averli accanto abbia reso la mia esistenza molto più intensa di quanto non lo fosse prima, da ogni punto di vista.
Ma non ho problemi ad ammettere che a volte mi manca la vita più lieve che conducevo prima di loro, e che, anche se solo per un momento, mi capita di pensare “chi me lo ha fatto fare?”.
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