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La nostra intervista alla scrittrice Daniela Farnese sulla maternità e l'educazione dei figli, che non può prescindere, spiega Daniela, dal confronto con l'attualità, migrazioni comprese.
Se mio figlio potesse capire, se riuscisse a comprendere, gli direi che quei bambini vestiti di rosso, quelli che avevano la sua età, che saranno stati lunghi poco più di ottanta centimetri, che forse non arrivavano a dieci, undici chili, gli direi che quei bambini erano in mare per un caso. […] Perché per caso, figlio mio, tu sei nato qua e loro là, per caso tu hai il triciclo, i pupazzi, il seggiolone che si reclina e loro, sempre per caso, hanno la fame, hanno paura.
È l’inizio del post di Daniela Farnese, autrice e blogger nota anche come Dottoressa Dania: la riflessione è quella di una scrittrice, non solo, di una donna, e una mamma, che vive questo tempo e questo spazio, e lo sa, e dovremmo saperlo sempre, che è solo un caso se lei è qui e gli altri là.
Se noi siamo qui e gli altri muoiono in mare per raggiungerci. Se l’arrivo non è un arrivo ma un tempo sospeso, prima di venire ricacciati indietro, banditi dopo aver gettato uno sguardo su quel che potrebbe essere e non sarà. E anche se quelle parole sono rivolte a suo figlio, ancora molto piccolo, vogliono dire qualcosa a noi.
Allora partiamo da quel post, “Se mio figlio potesse capire”, pubblicato sul suo blog Malafemmena, a giugno, così attuale perché, purtroppo, da lì a qui di giubbini rossi in mare ne sono finiti troppi altri. Anche nelle ultime ore.
Daniela ci spiega: “Ogni giorno abbiamo visto immagini di adulti e bambini che non riuscivano a superare le traversate. Mi interrogo su come ricordare a mio figlio che è solo un caso se è nato qui. Avrà compagni di scuola figli di genitori stranieri, e mi auguro che non si senta mai diverso o migliore di loro: noi spesso ci arroghiamo il diritto di sentirci migliori, come se ci fosse stata una gara di gameti e spermatozoi: ‘Chi vince vive in Francia, gli altri in Somalia’. Ma non c’è bravura, non ce lo siamo guadagnati. Se si partisse da questo già si eviterebbe una serie di presunzioni, razzismi e differenze. Spiegare questa cosa con il linguaggio dei bambini non è semplice. Poi l’educazione si scontra con le opinioni degli adulti, se un genitore non vuole sentire ragioni non c’è molto da fare”.
Quel che succede dall’altra parte del mare, che poi il mare è uno solo, riguarda tutti, non dovrebbe essere argomento tabù, né, tantomeno, questione da liquidare con il classico “non è colpa nostra se loro stanno male, non possiamo accogliere tutti”, etc, etc:
Quando fai notare alle persone che non bisogna ostacolare un processo migratorio, che bisogna avere umanità – continua Daniela – la risposta spesso è ‘io mi faccio i fatti miei, e la stessa cosa deve imparare mio figlio’. Invece no, perché le nuove generazioni hanno la fortuna di vivere già in una molteplicità di culture e punti di vista. I bambini non si rendono conto delle differenze, condividono tutto. Com’è allora che alcuni crescendo diventano adulti terribili? Bisognerebbe educarli alla sensibilità. Viviamo un periodo davvero difficile, le grandi ideologie e le appartenenze non esistono più, si cambia bandiera a seconda dell’opportunità. Di base si diventa egoisti: è così anche con l’educazione dei figli, il sistema di valori viene riadattato alle esigenze. Per dire: ne ho sentiti di genitori dire che se un cinese arriva in Italia come imprenditore va bene, se ad arrivare è un africano non va più bene perché ‘ci ruba il lavoro’. Però guai, dicono ‘non siamo razzisti’. E invece sì, lo siete. Siamo ancorati a questi stereotipi, sembra impossibile uscirne.
La riflessione porta in più direzioni, attraversa – ovviamente – la maternità: “Nessuno ti dice che quando diventi genitore cominci a vivere da zero, scopri ogni cosa in modo nuovo e la vivi anche attraverso gli occhi di tuo figlio. Dalla nascita di Alessandro, un anno e mezzo fa, sono cambiate molte cose: gli amici che spariscono, prima per ‘non disturbarti’, poi per non essere disturbati, l’esclusione dalle chat di gruppo, gli impegni improvvisi per rimandare le uscite. Io ne sorrido, ma è così”.
Una “solitudine” che, per un qualche processo innato del simile che cerca il simile dovrebbe portare a fare amicizia con “le altre mamme”, come se il fatto di condividere una stessa esperienza, avere un figlio, garantisse un’affinità elettiva e una vicinanza imprescindibile.
Il mio compagno – aggiunge Daniela – mi dice: ‘Perché non diventi amica delle mamme del nido?’ Come se automaticamente avere dei figli ci rendesse simili. Magari ti avvicini, poi ti accorgi di avere una visione del mondo completamente diversa. Ci sono mamme molto premurose che poi se vedono un bambino chiedere l’elemosina hanno un moto di ribrezzo o di aggressione. Allora il confronto diventa faticoso. Stesso discorso sui vaccini: dopo anni di discussione, cosa si può ancora dire ai no-vax per convincerli che sbagliano? Si dovrebbe lavorare invece sulle nuove generazioni per creare un’umanità complessa, completa e evoluta.
“Per molti diventare mamma è sinonimo di un’avventura epica. Per me non è così: quando hai un figlio non diventi la tua maternità. Certo è una cosa straordinaria, finisci per parlarne molto perché sei completamente immersa nella vita di tuo figlio, ma non sei solo quello. Essere mamma non è una qualifica o un mestiere“.
A proposito di mestieri: Daniela sta scrivendo il suo nuovo libro (è autrice, tra gli altri, di “101 modi per far soffrire gli uomini”), e dice: “Molti mi chiedono: ‘Ma come, non fai un libro sulla maternità?’ E io rispondo: ‘Ma perché?‘ Non ho avventure mirabolanti da raccontare, sono una mamma normale. Preferisco parlare d’altro”.
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