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Essere una figlia unica ha condizionato profondamente la mia vita, nel bene e nel male: ecco le cose più importanti che mi ha insegnato.
Essere una figlia unica, nel bene e nel male, ha condizionato la mia intera esistenza. Ha avuto la sua rilevanza nel mio vissuto di figlia e poi nelle mie scelte di madre. Posso dire che senza alcun dubbio sarei una persona molto diversa se avessi avuto un fratello o una sorella. Ma quali sono, in concreto, le cose che ho imparato dall’essere una figlia unica? Io ne ho contate 5, e oggi le condivido con voi.
Perché avere in comune un mucchietto di geni non ti rende automaticamente in sintonia o in affinità con qualcuno. Non garantisce empatia e rispetto reciproci, e qualche volta neanche amore, purtroppo. La famiglia è quella in cui nasciamo, ma è anche quella che costruiamo ogni giorno scegliendo le persone che ci rendono felici, e a cui sentiamo di poter dare qualcosa.
So che sembro contraddire il punto precedente, ma questa è una delle cose più importanti che ho imparato dall’essere una figlia unica: per quanto tu possa essere legato a un amico (o a un cugino) con tutto il tuo cuore, lui non sarà mai tuo fratello. Non potrà, per esempio, condividere decisioni, preoccupazioni e oneri materiali di fronte alla vecchiaia dei tuoi genitori o alla loro malattia.
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Non potrà condividere appieno con te il dolore per la loro perdita. Non potrà comprendere davvero a fondo la natura di certi tuoi comportamenti, di qualche fantasma che ti porti dentro, delle idiosincrasie che magari ti accompagnano fin dall’infanzia. E non c’entra il sangue comune, ovviamente, ma la condivisione quotidiana dell’infanzia e del nucleo familiare. Che solo un fratello può aver vissuto.
Non ho mai capito se dovessi sentirmi offesa o lusingata ogni volta che qualcuno mi diceva: “Però, non sembri affatto una figlia unica!”. Il fatto è che il luogo comune secondo il quale i figli unici sarebbero viziati e immaturi è ancora duro a morire. Mi sembra un’ovvietà ricordare invece che tutto sta nelle scelte educative dei genitori (e anche un pochino nel carattere dei singoli) e che un figlio unico può essere senz’altro una persona ragionevole e frugale.
A onor del vero questa è una cosa che ho imparato quando, da figlia unica, sono diventata madre di due figli. Scoprire le loro dinamiche quotidiane, la ferocia con cui sono capaci di litigare (per motivi che alla mia sensibilità adulta paiono quasi sempre rilevanti), ma soprattutto constatare che questa elettricità continua non inficia in alcun modo il loro legame fraterno, mi ha fatto finalmente capire che litigare può essere utile e costruttivo.
Che non è sempre, come tendiamo a volte a ripetere ai bambini, una situazione esecrabile da evitare a tutti i costi.
Ho passato tutta la mia vita a rimpiangere l’assenza di un fratello o di una sorella. A fare i conti con quel vuoto, a scongiurare la solitudine in ogni sua possibile forma, a chiedermi “come sarebbe stato se”. Come sarebbe stato se solo non fossi stata una figlia unica. Ho creduto a lungo che la mia fosse una specie di condanna a vita, una mutilazione metaforica con cui coesistere nel modo migliore possibile.
Ma alla fine ho capito (o perlomeno provo a ripetermelo più o meno ogni giorno) che la cosa davvero importante è bastare a se stessi, senza permettere mai a nessun altro di diventare, per quanto importante, l’elemento fondante della proprio felicità e del proprio equilibrio. Che si tratti di un amico, di un grande amore, di una madre di un padre o anche di un fratello. Finanche, mi dico ora che sono, oltre che una figlia unica, anche una madre duplice, che si tratti di un figlio.
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