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Da quando sono diventata mamma, non faccio che sentire alcune frasi ricorrenti sulle mamme e sulle donne (e non solo): ecco quelle che proprio non sopporto più!
Sarà la stanchezza cronica, o forse l’età che avanza. Ma ci sono discorsi ricorrenti che proprio non riesco più a tollerare. L’elenco potrebbe essere molto lungo, ma ecco le 5 cose che mi sento ripetere e che proprio non sopporto più.
E tutto il corredo di frasi motivazionali e “inspirational” che tanto va di moda ultimamente, soprattutto sui social. Non che pensi che la vita non sia davvero meravigliosa, intendiamoci: è solo che questa filosofia spicciola che sembriamo aver importato dai famosi predicatori made in USA finisce spesso col sortire, su di me, l’effetto opposto rispetto a quello sperato.
Se ho una preoccupazione, piccola o grande che sia, se sto affrontando una giornata difficile, se non mi sento al meglio, a volte sentirmi dire che “dovrei essere grata”, gioire delle piccole cose o magari “pensare a chi sta peggio” rischia di farmi soltanto sentire in colpa.
Credo che sia semplicemente una questione di carattere: con me funziona molto meglio un semplice “ti penso e ti sono vicino”.
Un altro grande classico che sento ripetere piuttosto di frequente. Sembra che la mia generazione, quella dei nati negli anni ’80 o giù di lì, sia il bersaglio preferito quanto ad accuse di incapacità, mancanza di polso, lassismo e via dicendo.
Io sono invece convinta, banalmente, che non abbia alcun senso paragonare l’esperienza che stiamo vivendo noi, oggi, nel crescere i nostri figli, con quella che trenta o quaranta anni fa hanno fatto i nostri genitori.
Sono cambiati i riferimenti sociali, le abitudini, i ritmi di vita, le possibilità economiche e la tecnologia. È cambiato l’assetto complessivo della società, la aspettative delle madri e dei padri, le loro priorità, i criteri educativi. E, soprattutto, sono cambiati i bambini stessi, da ogni punto di vista possibile.
Come si può, pertanto, stabilire una classifica delle generazioni più inette? E aggiungo: se noi siamo davvero così incapaci, la responsabilità non dovrebbe essere anche di coloro che ci hanno tirato su?
Come a dire, in qualche modo, che chi non ha figli – per scelta o meno – conduca una vita priva o povera di senso. Soprattutto, va da sé, nel caso delle donne.
Un pregiudizio che per fortuna sta pian piano (molto piano!) sparendo, ma che ancora resiste tenace. Sarò felice quando nessuna donna verrà compatita, giudicata, additata o guardata con sufficienza per la sua scelta (o impossibilità) di non avere dei figli.
Anche questa mi sembra una frase sempre più inflazionata, figlia forse di una maggiore difficoltà generale a tollerare quello che non ci compete o non ci riguarda direttamente.
Comprendo bene quanto sia detestabile la maleducazione (e ci mancherebbe), ma questo, credo, vale a prescindere dall’età di chi la dispensa. E soprattutto, mi chiedo cosa voglia dire detestare “i bambini”, dal momento che questo termine include individui dalle caratteristiche più disparate: timidi e spavaldi, pigri e iperattivi, remissivi, dolci, scontrosi, etc. Le generalizzazioni, secondo me, non hanno mai molto senso.
A volte viene detto apertamente, più spesso viene solo lasciato intendere o insinuato a mezza bocca. Se un bambino piange “troppo”, se ha delle fragilità o paure, se va male a scuola, se è troppo magro o troppo grasso, se “non è educato”, se va a dormire tardi o se mostra una qualsiasi “cattiva abitudine”, finanche se è di salute cagionevole, sembra che la responsabilità sia inesorabilmente da attribuirsi a sua madre.
Come se non contassero nulla l’indole innata, gli eventi, il caso, i condizionamenti esterni e la capacità di autodeterminazione di un bambino, per quanto piccolo. E come, soprattutto, se non contasse nulla la figura paterna, il suo ruolo educativo, l’influenza sulla crescita del proprio figlio. La responsabilità materna resta, a quanto pare, l’unica certezza universale.
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