
Non sempre la dolce attesa si rivela davvero dolce, anche se quel figlio è stato desiderato e cercato. Ma nessuna donna dovrebbe vergognarsi, o se...
Essere madri è una sequenza infinita di prime volte, di inizi e partenze a volte struggenti, altre tenere o liberatorie. Ma non ci si abitua mai alla vertigine che senti quando tuo figlio comincia una nuova tappa della sua vita.
Quando i miei figli hanno iniziato a esistere, non ero pronta. Li avevo scelti, cercati, previsti. Eppure non ero pronta, tanto la prima quanto la seconda volta. Mi è sembrato, in un certo senso, che mi mancasse il terreno sotto i piedi, che la vita così come l’avevo conosciuta fino a quel momento fosse finita all’improvviso.
Ho avuto paura di non essere all’altezza, di non essere abbastanza forte, libera, consapevole. Ne ho avuto paura, e in effetti era vero: l’arrivo dei miei figli mi ha messo di fronte alle mie debolezze, ai nodi irrisolti, a vecchie ferite che magari neanche ricordavo di avere.
Però mi anche rivelato un potenziale mai nemmeno sospettato, una resistenza imprevista alla stanchezza e scorte insperate di pazienza.
Quando i miei figli hanno iniziato a muoversi dentro di me ho provato una sensazione che non dimenticherò mai, ma che davvero non saprei descrivere.
La sensazione di essere abitata, di essere duplicata, di essere divisa eppure raddoppiata. Come se il mio cuore abitasse anche in un’altra persona (e poi in un’altra ancora), come se una parte di me fosse uscita dal mio stesso corpo, per non doverci tornare ma più.
Ho scoperto anche quanto possa essere fastidioso un figlio che ti saltella sulla vescica o ti prende a calci dall’interno, ma questo è un altro discorso.
Quando i miei figli hanno iniziato a cercare di uscire dalla mia pancia, non l’ho capito subito. Non sono stata una di quelle donne ansiose di partorire, nonostante non vivessi la gravidanza come uno stato di grazia o una condizione idilliaca.
Non sempre la dolce attesa si rivela davvero dolce, anche se quel figlio è stato desiderato e cercato. Ma nessuna donna dovrebbe vergognarsi, o se...
Mi sembrava impossibile che stesse capitando davvero, che dopo un tempo liquido e indefinito, che per certi versi mi era parso interminabile, fosse alla fine giunto il momento.
Quel momento che, prima una volta e poi un’altra, avrebbe cambiato per sempre la mia vita (nel bene e nel male). Quando i miei figli hanno iniziato a piangere forte, pochi secondi dopo essere usciti dal mio corpo, ho provato un miscuglio indefinibile di gratitudine e panico, di fine e di principio, di solitudine e di pienezza.
Come se non dovessi mai più essere sola, ma allo stesso tempo non potessi mai più sentirmi “integra”, dopo aver perso, in un certo senso, una parte di me.
Quando i miei figli hanno iniziato a camminare, mi sono scoperta insolitamente audace, come loro. Non certo indifferente alle cadute rovinose e alle fughe rocambolesche, ma capace di accettare l’eventualità dei lividi, dei bernoccoli, dei ruzzoloni.
Ho capito, ancora una volta, che l’ansia mi accompagna soprattutto quando sono in ballo le emozioni, i sentimenti, le relazioni. Quando i miei figli hanno iniziato a parlare, ho sentito che “il meglio doveva ancora venire”.
Che nonostante si stesse concludendo la fase quasi simbiotica della loro primissima infanzia, il tempo del legame fisico tra madre e figlio, la loro crescita avrebbe aperto dinanzi a noi possibilità straordinarie di confronto (e scontro), di dialogo e di arricchimento reciproco. Di condivisione, di crescita.
Quando i miei figli hanno iniziato ad andare all’asilo ho provato una doppia vertigine. La sensazione di un ritrovato controllo, seppur parziale, del mio tempo, della mia giornata, del mio lavoro e della mia vita. Ma anche la consapevolezza di una specie di distacco, l’ingresso prepotente e irreversibile della società nella nostra relazione e nel nostro quotidiano.
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La sensazione, per così dire, di averli “affidati al mondo”. Quando i miei figli hanno iniziato a leggere, e poi a scrivere, ho sentito fortissima la gratitudine per l’opportunità che è stata data loro di essere liberi e consapevoli, di autodeterminarsi e capire il mondo.
Un privilegio ancora non scontato, che sono felice di avere avuto a mia volta. Un privilegio grandissimo e straordinario, quasi come quello di essere madre.
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