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Il suo libro "Una mamma ansia e sapone" è un manuale di sopravvivenza per mamme imperfette. Dentro c'è il racconto di una donna che, in modo ironico e leggero, svela le sfide dell'essere genitori oggi. Abbiamo intervistato Valentina Melis, per chiederle quali sono state le più dure (ma anche le più assurde e divertenti).
Si fa tanto parlare di maternità, spesso minimizzandola o, al contrario, mitizzandola. Raccontarla per quella che è, senza stereotipi, è più complicato: lo fanno in pochi e, quando la si racconta senza filtri, a volte si tende a usare un tono che non spiega con realismo cosa vuol dire essere una madre di questi tempi, quelli delle chat di Whatsapp che nascono al corso preparto e si trascinano per tutto il percorso scolastico del pupo tra confronti e frecciatine; e dei commenti indesiderati, dei modelli di maternità intrisi di perfezione che si vedono su Instagram. Ci ha provato Valentina Melis a farlo: attrice, attivista, influencer e mamma di Mia, dal 18 marzo 2021 sarà in libreria con “Una mamma ansia e sapone“, edito da Vallardi e progetto di GRINDER Ideas Production Entertainment (tra gli autori oltre a Valentina ci sono anche Paolo Fittipaldi e Cosimo Raffaele Solazzo).
Il libro è un piccolo manuale di istruzioni “per mamme imperfette”, giocato sull’ironia e la leggerezza: Valentina ha raccolto, in una sorta di diario della gravidanza prima, del parto e del primo anno della sua bambina poi, i principali nodi contro cui le mamme e i genitori devono loro malgrado avere a che fare.
Quando Valentina nel suo libro parla di sesso dopo il parto, di puerperio o del limbo di ansia in cui è ritrovata non appena ha visto il test di gravidanza positivo, per paura che l’annuncio dell’arrivo della bambina potesse discriminarla nel suo lavoro, in realtà racconta lo stallo che tante donne hanno vissuto sulla propria pelle davanti a un capo poco propenso alla maternità delle sue dipendenti.
Valentina si è ritrovata a mettere sulla bilancia la nascente carriera di attrice di cinema appena arrivata a Roma con il desiderio di maternità. Una cosa che, come ci ha raccontato, “agli uomini non è richiesta mai“. Per non parlare dell’ansia e del timore di dire a tutti che aspettava un bambino. A lei è andata bene: ha trovato accoglienza e sostegno. Non per tutte è così.
Sul suo profilo Instagram @lamelisvalentina va anche oltre: nei suoi post inanella cifre e stime sulla condizione delle donne e delle madri oggi, per raccontare ai suoi followers il quadro spesso svilente che ne viene fuori.
In altri post Valentina ha cercato, con parole e foto, di sradicare l’idea che esista un solo modello di madre, come quello che impone che ci si debba “compiacere del suo annullamento nell’esperienza di maternità“. Dal suo punto di vista, “ognuna ha il diritto di ritrovarsi a modo suo nella maternità, chi al cento per cento, chi al cinquanta, chi al dieci. Chi non arriva al due per cento. E dovrebbe andare bene così“.
Il libro di Valentina è un po’ un prosieguo di quello che già fa sul suo popolatissimo profilo Instagram. Scorre leggero e allegro tra battute e ricordi, ma non dimentica mai la parola “ansia” che compare pure nel titolo. Anche in questo usa questo termine con un’accezione leggera per parlare delle piccole, grandi preoccupazioni dei genitori. Ma il sottotesto, ovvero ciò che tra le righe del racconto di Valentina si può scorgere facilmente, non è affatto superficiale o frivolo. Tanto che in un capitolo si parla di depressione prenatale e post-parto, verso cui l’ansia può purtroppo traghettare.
L’ansia l’ho inserita nel titolo del libro per esorcizzarla e anche perché la conosco bene, essendone portatrice sana. La mia è stata una gravidanza privilegiata, con un compagno presente e una carriera che, nonostante gli ostacoli, non si è mai spenta. Nonostante questo però, subito dopo la nascita della mia bambina, facevo fatica a uscire con le altre mamme, mi vergognavo: mi sentivo l’unica a non saper fare certe cose, a non saperla accudire. Mi facevo un sacco di paranoie e questo mi ha portato ad auto-isolarmi per un po’, per evitare il confronto con chi mi sembrava perfetto.
Poi questa paura Valentina l’ha affrontata, è uscita e ha capito che anche le altre mamme si sentivano come lei.
Per questo ho scritto questo libro, per questo mi espongo su Instagram con certi temi. Quando cerco di smontare la falsa narrazione della gravidanza, ricevo sempre tantissimi messaggi. Da questo ho capito che c’è tanta voglia di parlarne, di condividere. E se si hanno tanti followers, parlare di questi temi è una responsabilità di cui farsi carico, per arrivare a più persone, diffondere il messaggio che non esiste un modello solo a cui fare riferimento. Che non si sbaglia in nessun caso.
Tra i suoi desideri c’è quello di iniziare un percorso di sensibilizzazione social su questi argomenti che le stanno a cuore. Perché se è vero che quando entriamo in ospedale per partorire siamo ancora “figlie e donne” e poi ne usciamo “anche mamme”, non dobbiamo mai annullare ciò che eravamo prima in automatico, ma aggiungere semplicemente al quadro un nuovo tassello. Quello della maternità appunto, che “non è un martirio. Non è un sacrificio. Può essere anche altro“.
Anche se il libro racconta aneddoti sulla gravidanza e il parto di Valentina Melis in modo ironico e frizzante, c’è un capitolo sulla depressione post-partum che ha fortemente voluto inserire per provare a superarne lo stigma.
Quando si partorisce l’ago della bilancia punta tanto sul bambino e poco sulla madre. Ma è in quel momento che bisogna tenere alta l’attenzione su di lei, per farla stare bene e, di riflesso, regalare serenità anche al neonato. Spesso si minimizza il baby blues o la depressione perché d’altronde milioni di donne hanno partorito prima di te. Ce l’hanno fatta loro, devi farcela anche tu. E questo porta tante neo madri a sentirsi strane, diverse e sbagliate se non si sentono “contente” subito dopo la nascita di un figlio. A indossare una maschera, fingendo di esserlo quando invece si cova ansia, paura, angoscia.
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Parlare con franchezza, diffondere consapevolezza anche in chi un figlio non ce l’ha, non cedere alla filosofia del “devi sopportare, sei una donna, ti tocca” è un buon modo, secondo Valentina, per estirpare la vocazione al sacrificio che spesso impedisce di parlare dei propri malesseri.
Anche farsi aiutare da una doula o da un’ostetrica post parto può fare la differenza. E anzi, bisognerebbe lottare perché queste figure diventino pubbliche, così che tutte possano permettersele.
Se riscrivesse il libro oggi che sua figlia ha 4 anni, Valentina Melis è sicura che aggiungerebbe un capitolo sull’ingresso in società dei bambini, quando iniziano le scuole. Su parità di genere, educazione al consenso, superamento del gender gap. Anzi, ci scriverebbe proprio un libro.
Quelli legati al genere, se ci pensiamo, sono stereotipi che nascono già quando i bimbi sono nella pancia. E che aumentano quando vanno a scuola e si confrontano con altri bambini e, dunque, con i valori di altre famiglie. Non bisogna discuterne solo in casa: maestre, professori, mamme, papà, nonni e tutti quelli che contribuiscono alla crescita dei bambini dovrebbero camminare in parallelo. Solo così si può aggirare lo scoglio di stereotipi, tabù e discriminazioni delle prossime generazioni.
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