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Lo sviluppo embrionale e fetale prevede la formazione anche di componenti temporanee che divengono inutili dopo la nascita. Il dotto venoso di Aranzio è una di queste.
Il periodo della gestazione non è, quindi, solo quello di crescita e formazione degli organi vitali, ma anche di un insieme di strutture anatomiche, organi e condizioni grazie alle quali il feto può sopravvivere in condizioni diverse rispetto a quelle dopo la nascita.
L’esempio più noto è quello della placenta (l’organo che si forma esclusivamente in funzione della gravidanza e viene espulso dopo il parto durante il secondamento), ma non è l’unico. È il caso del cosiddetto dotto venoso di Aranzio, un elemento fondamentale per consentire il corretto funzionamento della circolazione fetale.
Il dotto venoso di Aranzio è, come anticipato, uno degli elementi che fanno parte del sistema cardiocircolatorio fetale. Dal punto di vista anatomico questo raggiunge il suo sviluppo intorno alla decima settimana di gravidanza; da questo momento e per tutta la gestazione la circolazione sanguigna avverrà attraverso un complesso meccanismo tipicamente fetale e diverso da quello dei neonati e degli adulti.
Abbiamo innanzitutto la vena ombelicale, che penetra nel feto attraverso l’ombelico, e porta il sangue dalla placenta al feto; in questo percorso tramite i villi coriali il sangue diventa arterioso e assume ossigeno eliminando l’anidride carbonica. Parallelamente vi è la vena cava inferiore attraverso la quale il sangue penetra nell’atrio destro del cuore per poi essere convogliato nell’atrio sinistro dove, insieme a quello proveniente dai polmoni, passa nell’aorta per poi essere distribuito in tutto il corpo.
Il dotto venoso di Aranzio è l’elemento che mette in comunicazione la vena ombelicale con la vena cava inferiore in modo da far arrivare diverse quantità di sangue senza coinvolgere il fegato. È quindi un piccolo vaso che svolge le sue funzioni esclusivamente durante la vita fetale in quanto al momento nascita il flusso di sangue tramite il dotto venoso si interrompe e il dotto viene inglobato all’interno del fegato.
Le peculiarità del sistema circolatorio fetale, cui contribuisce anche il dotto venoso di Aranzio nel regolamentare la pressione intravascolare nella vena ombelicale, sono tali da consentire che il flusso di sangue non interessi gli organi ancora in via di sviluppo.
Il dotto venoso rappresenta una sorta di deviazione dal normale circuito del sangue e si rivela fondamentale per consentire il corretto sviluppo degli organi e dei tessuti, in modo particolare del cuore e del cervello. il dotto venoso di Aranzio, infatti, devia il 25% del sangue venoso ombelicale (che è ricco di sostanze nutritive) dalla placenta al cervello e al miocardio bypassando il fegato del feto; è quindi proprio grazie a questo dotto venoso che la circolazione fetale può sussistere.
Oltre a rappresentare una deviazione funzionale allo sviluppo degli organi il dotto venoso si rivela indispensabile perché capace di regolare la pressione del flusso sanguigno. Questa caratteristica è essenziale per la gestione delle differenze di pressione e resistenza del fegato.
La flussimetria del dotto venoso può rivelarsi utile per aumentare l’efficacia degli screening per le anomalie cromosomiche e identificare le gravidanze ad alto rischio di cardiopatie congenite e morte fetale.
Il diabete gestazionale può influenzare negativamente il flusso di sangue all’interno del dotto venoso aumentando il rischio di complicanze perinatali e macrosomia fetale.
Con il parto avviene il clampaggio (taglio) del cordone ombelicale terminando la funzione del dotto venoso d’Aranzio che, da entro pochi minuti dopo il parto alle 24-48 ore successive, si chiude. Il completamento della chiusura avviene entro il terzo mese dopo la nascita formando un residuo fibroso noto con il nome di legamento venoso.
La mancata chiusura del dotto venoso dopo il parto (dotto venoso pervio) può portare a molti esiti avversi tra cui galattosemia, disfunzione epatica, ipossiemia ed encefalopatia con iperammoniemia.
Sebbene sia una condizione rara può capitare che il dotto venoso non si sviluppi. È il caso della cosiddetta agenesia (assenza completa di un organo a seguito di errori durante lo sviluppo embrionale) del dotto venoso.
Questa condizione può portare a ipossia, ovvero una carenza d’ossigeno agli organi e ai tessuti a causa dello scarso ritorno di sangue ossigenato al cuore.
L’agenesia del dotto venoso è associata idrope fetale, insufficienza cardiaca in utero e all’assenza della vena porta, ovvero la vena addominale che ha il compito di drenare il sangue proveniente dall’intestino, dal pancreas e dalla milza e diretto al fegato. Inoltre l’anomalo flusso sanguigno provocato dall’assenza del dotto venoso aumenta il rischio di difetti cardiovascolari, restrizione della crescita fetale, anomalie dei reni, aneuploidie e morte perinatale.
La prognosi dell’agenesia del dotto venoso può essere buona se la vena ombelicale drena regolarmente nel circolo portale (quello che confluisce nella vena porta), altrimenti c’è il rischio di scompensi e alterazioni della funzionalità epatica e alterazioni del sistema venoso portale.
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