
La storia di Enrico e Verena, genitori di due bimbi avuti con la fecondazione eterologa: "Saremo sempre sinceri con loro. Bisogna abbattere il tabÃ...
Decidere di avere un figlio con il seme di un donatore porta con sé molti dubbi e domande per i genitori: cosa dire ai figli? I consigli di un'esperta, pubblicati sulla rivista statunitense Parents.
Gestire la crescita di un figlio o più figli nati in modo non “tradizionale”, ma con una tecnica di fecondazione assistita, che sia omologa o eterologa, ha delle caratteristiche peculiari: a un certo punto bisogna decidere cosa dire ai propri figli sulla propria nascita, quando e come farlo.
Essere del tutto sinceri oppure no? Menzionare la presenza di un altro genitore biologico, cioè il “donatore“, che effetti può avere sull’equilibrio familiare e sulle dinamiche psicologiche di un ragazzo in crescita?
Queste (e altre) sono scelte molto delicate per le coppie che hanno figli con la fecondazione eterologa: proprio a loro si rivolge l’articolo pubblicato sulla rivista Parents, firmato da Lisa Schuman, assistente sociale clinica con una ventennale esperienza con le famiglie che si sono rivolti all’eterologa, per concepire un figlio con gli ovuli di una donatrice o il seme di un donatore.
“Ho visto centinaia di genitori combattere, prima, durante e dopo il processo di creazione delle loro famiglie”, racconta. Schuman ha quindi stilato un elenco di consigli per i genitori, partendo dalle questioni che, nella sua esperienza, stanno più a cuore ai ragazzi.
“Anche se i bambini sono legati biologicamente a uno dei genitori – scrive Lisa Schuman – ci saranno dei momenti in cui si chiederanno da dove vengono. È vero anche che potrebbero voler rintracciare il donatore o gli altri figli del donatore, ma questo non significa che non vi vedano come la loro famiglia. Sanno che famiglia sono le persone che li hanno cresciuti e si sono presi cura di loro”.
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Molti genitori si sentono messi da parte nel momento in cui il loro figlio si mostra interessato alle proprie caratteristiche fisiche, cerchi di capire da dove vengono e reagisca in modo diverso a seconda dei momenti. Ma i sentimenti cambiano nel tempo, con lo sviluppo della propria identità.
La sincerità e la fiducia sono centrali nella costruzione di ogni rapporto, e quello tra genitori e figli non fa eccezione, spiega l’esperta:
Se tuo figlio sembra agitato quando affrontate l’argomento donatore, può darsi che voglia che voi gli parliate, aiutandolo a esplorare i suoi sentimenti. Inoltre è anche possibile che tuo figlio non sia pronto a incontrarlo o a sapere cose che lo riguardano. Può essere anche che non abbia ancora accettato la vera identità del donatore.
Ecco perché Schuman consiglia di parlare insieme di quello che si prova, ed eventualmente rivolgersi a un esperto che possa guidare la famiglia in questo percorso.
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Può anche succedere, ed è del tutto normale, continua Schuman, che il bambino o ragazzo si senta triste, a volte, al pensiero del suo genitore biologico.
Potrebbe ad esempio prestare particolare attenzione ai commenti che gli estranei gli rivolgono sul suo aspetto fisico, o su quanto vi assomigli: in questo caso, ricorda l’esperta, è carino, per lui, sentire che altre persone credono che vi assomigliate e che quindi siete legati geneticamente.
Anche se figlio non parla spesso del donatore non significa che si sia dimenticato da dove viene: menzionare il donatore, scrive Schuman, non gli farà ricordare pensieri negativi.
Un altro consiglio è di dire cose positive sul donatore, in presenza dei figli, che in questo modo sentono che anche quella parte di loro stessi viene accettata.
Quando i figli crescono iniziano a riflettere a loro volta sulla condivisione delle loro origine, e decidere a chi parlarne sarà esclusivamente una loro scelta.
Non è facile, sottolinea Schuman, conoscere altre famiglie “eterologhe”, ma può essere d’aiuto ad esempio frequentare famiglie con bambini adottivi: “Aiuterà tuo figlio a sapere di non essere solo”.
Un altro consiglio è quello di non “censurare” i sentimenti dei figli, ma di lasciare che si sentano liberi di vivere e condividere le loro emozioni.
È proprio vero: tutto cambia. E cambia anche il modo in cui un bambino o un ragazzo si sente riguardo le sue origini, a seconda dello stadio dello sviluppo.
Perciò, raccomanda Schuman, “non preoccupatevi troppo. Proprio come ogni altro genitore e figlio, anche la vostra relazione si sviluppa nel tempo, e più voi mostrerete di accettare il suo donatore, meglio si sentirà”.
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