Anonimo

chiede:

Gentile dottore,
sono incinta alla 18 settimana e vorrei sapere se c’è la possibilità di
conoscere in anticipo il rischio di retinite pigmentosa della bambina
che
aspetto.
Mia madre è affetta da retinite, l’ha scoperto solo 5 anni fa e da
allora la
degenerazione è andata avanti, fortunatamente, molto lentamente.
Non ci sono altri casi di retinite in famiglia (mia mamma ha una sorella
e 3
fratelli nessuno dei quali ha la malattia conclamata, o meglio, nessuno
di
loro per ora ha riscontrato problemi alla vista, non credo che abbiano
fatto
un esame specifico per verificarlo).
Ho una sorella e un fratello che hanno verificato di non avere nessun
problema alla vista.
Resto io, che non ho ancora avuto modo di verificare e non so se sia
meglio
una visita oculistica o altro. Per la gravidanza ho effettuato la
villocentesi che non ha riscontrato nessuna anomalia cromosomica,non so
se
questa informazione significhi qualcosa.
Potrebbe dirmi se è il caso che io faccia degli esami ulteriori e quali?
(nessuna malattia nella famiglia di mio marito)
Grazie
saluti

Egregia signora De Risi,
con il termine retinite pigmentosa (RP) si indica un gruppo di malattie
ereditarie della retina (il centro nervoso situato sul fondo dell’occhio
che contiene le cellule sensibili alla luce) che provocano una perdita
progressiva della vista. Nella RP tipica, i primi sintomi (che si
manifestano in età adolescenziale) sono la perdita graduale della
visione notturna ed il progressivo restringimento concentrico del campo
visivo. In altre forme, invece, si ha prima la perdita della parte
centrale del campo visivo, come accade nella RP inversa e nella malattia
di Stargardt. Ciò dipende dal diverso tipo di cellule della retina che
vengono colpite dalla mutazione genica: nella RP tipica si tratta dei
bastoncelli, i fotorecettori deputati alla visione in basse condizioni
di luminosità; se invece vengono colpiti i coni, deputati alla visione
diurna e del colore, (che abbondano nella regione centrale della
retina), sarà la visione diurna ad essere affetta per prima. In genere,
la malattia porta progressivamente alla cecità totale. In alcune forme
di retinite pigmentosa, oltre alla malattia retinica si ritrovano altre
alterazioni, come la sordità. In questo caso si tratta di vere e proprie
sindromi.
Uno dei primi sintomi della RP consiste nella diminuita capacità di
vedere al buio, che si aggrava progressivamente. Questo sintomo, d’altra
parte, non è esclusivo della RP ma è comune anche ad altre patologie
dell’occhio. Un altro sintomo è il restringimento del campo visivo, con
diminuzione della capacità di visione laterale; in pratica il campo
visivo si restringe a tunnel e il paziente trova difficoltà a schivare
gli ostacoli che si trovano nella parte periferica del suo campo visivo.
Spesso, la malattia porta progressivamente alla cecità totale. In alcune
forme di R.P. (sindrome di Usher), oltre alla malattia retinica si
ritrovano altre alterazioni, come la sordità. In molti casi compare
anche una cataratta. La RP si può presentare con una gravità molto
variabile da caso a caso, anche perché sono tantissime le anomalie
genetiche che causano questa malattia. Generalmente, i sintomi della RP
si manifestano nei primi vent’anni di vita. La progressione della
malattia è variabile e può portare, in casi più gravi, alla perdita
completa della vista intorno ai 40 anni, mentre in altri casi il
paziente può avvalersi della vista fino ai 60-70 anni. Si conoscono
anche rare forme più precoci e gravi di RP, che si manifestano già
nell’infanzia. Una forma di RP congenita è l’amaurosi congenita di
Leber, che può essere associata a una mutazione nel gene che codifica
per RPE65, una proteina dell’epitelio pigmentato (uno strato di cellule
adiacente alla retina) fondamentale per il corretto funzionamento dei
fotorecettori. Nell’amaurosi congenita di Leber si ha cecità totale
dalla nascita.
Sono numerosissimi i geni la cui è stata associata alla RP. Ad oggi, se
ne conoscono circa una trentina; dato che tutti i geni specifici dei
fotorecettori sono stati identificati, si prevede che in breve tempo
anche tutte le mutazioni responsabili dell’insorgenza della RP saranno
identificate. I geni finora caratterizzati (circa una dozzina)
codificano per proteine importanti nella visione. Le alterazioni più
frequenti (presenti in circa il 10 per cento dei pazienti) riguardano il
gene della rodopsina (il pigmento visivo che permette il funzionamento
dei bastoncelli dell’occhio) localizzato sul cromosoma 3. Un altro gene
che risulta alterato in alcuni casi di RP è quello della periferina,
(una proteina strutturale dei fotorecettori) situato sul cromosoma 6.
Altre forme sono state associate ad alterazioni presenti nel cromosoma
X.
A seconda dell’alterazione genetica, la trasmissione della RP può
essere autosomica dominante, autosomica recessiva o recessiva legata al
cromosoma X. Buona parte dei casi di RP (circa il 30%) è a trasmissione
autosomica recessiva. La forma autosomica dominante si presenta in circa
il 15% dei casi, mentre quella legata all’X in circa il 5% dei casi. In
una grossa percentuale di casi (circa il 51%) le persone affette da RP
hanno genitori e parenti assolutamente normali, ed è impossibile
rintracciare se esista o meno una trasmissione genetica. In questi casi
l’alterazione genica si è verificata al momento della formazione degli
spermatozoi o degli ovuli. Queste sono indicate come forme sporadiche di
RP. Nelle forme a trasmissione autosomica dominante non esistono
portatori sani. Per un individuo affetto dalla forma dominante di RP, la
probabilità di avere un figlio o una figlia malati è del 50%. Nelle
forme a trasmissione autosomica recessiva gli individui malati possono
nascere solo se entrambi i genitori sono a loro volta malati o portatori
sani della RP. Dall’unione fra due portatori sani la probabilità di
avere un figlio malato è del 25% ad ogni gravidanza. Nella malattia di
Stargardt entrambi i genitori sono portatori sani mentre un quarto della
prole è affetta. Nel caso di RP legata al cromosoma X, generalmente le
donne sono portatrici sane, anche se si conoscono casi in cui anche le
donne hanno sviluppato la malattia. Una donna portatrice sana che si
unisce con un uomo normale avrà il 25% di probabilità di avere figli
maschi malati, il 25% di probabilità di avere figlie portatrici sane, il
50% di avere figli (maschi o femmine) sani non portatori.
La diagnosi: In presenza di tutti i sintomi classici, la diagnosi è di
pertinenza dell’oculista. Per formulare la diagnosi il medico potrà
tenere conto dell’età del paziente e di alcuni esami clinici, fra cui
l’esame del fondo dell’occhio (per evidenziare delle caratteristiche
macchie di pigmento nel fondo della retina) o dell’ elettroretinogramma
(un esame che misura l’attività elettrica della retina). E’ necessario
inoltre esaminare tutto il nucleo familiare allo scopo di definire il
tipo di trasmissione ereditaria. Quando esistano più casi di RP in una
stessa famiglia ed è possibile ricostruire l’albero genealogico, si può
determinare se esista un rischio di trasmissione. In alcuni casi è
possibile effettuare l’esame del DNA in centri specializzati per
identificare i portatori sani. Nei casi identificati come sporadici, in
cui la componente genetica non è accertata, il medico può fornire solo
una valutazione statistica del rischio di trasmissione, valutata intorno
al 12%. Questo è un valore puramente statistico ed è ricavato
dall’analisi di numerosi casi sporadici di RP. In alcuni casi è
possibile effettuare l’esame del DNA per identificare i feti malati.
Al momento non esiste alcuna terapia efficace per la RP. Nella RP
tipica e in genere nella degenerazioni della retina che colpiscono per
primi i bastoncelli, alcuni esperti raccomandano la somministrazione di
basse dosi giornaliere di vitamina A-palmitato. Questa sostanza sembra
avere un effetto protettivo sui coni (le cellule su cui si fonda la
visione residua in questi pazienti) rallentandone la degenerazione.
Bisogna ricordare tuttavia, che ad alte dosi, la vitamina A è tossica
per il fegato e pertanto solo quantità ridotte sono effettivamente
raccomandate. Esistono promettenti terapie sperimentali, che si basano
sulla possibilità di impiantare nell’occhio protesi al silicone che
sostituiscano le cellule retiniche degenerate (retina artificiale);
altri ricercatori stanno sperimentando la possibilità di trapiantare
nella retina delle cellule che si sostituiscano a quelle difettose;
infine, è possibile sperare nel successo della terapia genica, che si
basa sull’uso di virus innocui come portatori di un gene sano che va a
sostituire quello difettoso nei fotorecettori del soggetto portatore
della mutazione. Nel 2001, un gruppo di ricercatori statunitensi è
riuscito a sostituire il gene difettoso nell’occhio di alcuni setter
irlandesi affetti da “amaurosi congenita di Leber”, usando la terapia
genica. Questi cani, ciechi dalla nascita, sono ora in grado di vedere
dall’occhio operato. Questo grande successo lascia sperare che nel giro
di poco tempo gli scienziati siano in grado di passare alla
sperimentazione sui pazienti.
Come vede è una malattia molto complessa e richiede uno studio molto
attento e approfondito per una consulenza genetica.
Cordialmente

* Il consulto online è puramente orientativo e non sostituisce in alcun modo il parere del medico curante o dello specialista di riferimento

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