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Solo in Italia sono 500000 i portatori del virus dell'epatite B, un'infezione che in gravidanza risulta molto difficile da gestire. Ecco perché.
Sebbene nei bambini l’infezione da epatite B abbia generalmente un’evoluzione benigna, può invece in alcuni casi avere conseguenze gravi. Proprio per ridurre il rischio di trasmissione perinatale (e quindi la diffusione della malattia), come suggerito in questo studio, è raccomandata l’esecuzione del test HbsAg su ogni donna gravida, a prescindere dalle vaccinazioni eseguite e da precedenti test cui ci si è sottoposte.
Cerchiamo quindi di conoscere meglio l’epatite B, soprattutto considerando che questo studio pubblicato su PubMed evidenzi come la gestione dell’infezione in gravidanza risulti difficile in quanto caratterizzata da aspetti peculiari e molto controversi, e come viene effettuato il test HbsAg per la diagnosi.
L’epatite B è un’infezione provocata dall’omonimo virus appartenente, come riportato dall’Istituto Superiore di Sanità, alla famiglia degli Hepadnaviridae. Il contagio può avvenire tramite il sangue e i liquidi biologici delle persone infette e quindi il virus può entrare nell’organismo a seguito di rapporti sessuali non protetti, parto vaginale, allattamento e anche attraverso piccole lesioni della pelle e delle mucose tramite il contatto di forbici, rasoi, aghi e altri oggetti contaminati.
Per questo motivo, sono maggiormente a rischio di infezione i tossicodipendenti, gli operatori sanitari, i familiari di persone infette e coloro che utilizzano aghi e siringhe (come tatuatori e operatori di manicure e pedicure) non sterilizzati.
La malattia è definita acuta quando dura meno di 6 mesi e cronica quando supera questo limite temporale. Nel 30-50% delle infezioni acute negli adulti e nel 10% in quelle nei bambini l’epatite B provoca l’ittero e il tasso di mortalità è di circa l’1%, anche se la percentuale aumenta nelle persone con più di 40 anni.
Tra le particolarità dell’epatite B c’è la sua capacità di cronicizzarsi che è inversamente proporzionale all’età in cui si contrae la malattia. Il 90% dei neonati, infatti, si infettano durante il parto (raramente la trasmissione avviene tramite la placenta o tramite l’allattamento al seno) e diventano portatori cronici del virus.
Come riportato dal Manuale MSD, infatti, la trasmissione è più probabile nelle donne positive per l’antigene-e, in quelle portatrici croniche dell’antigene di superficie dell’epatite B (HbsAg) o quelle che hanno contratto l’infezione nel terzo trimestre di gravidanza. La probabilità di trasmissione è minore nei primi due trimestri in quanto il virus viene eliminato prima del parto, mentre è maggiore nel terzo trimestre.
I neonati sono più predisposti allo sviluppo della disfunzione epatica subclinica che sviluppare un’epatite clinicamente evidente. Anche per questo motivo, come anticipato, l’attenzione è maggiore in gravidanza ed è raccomandato il controllo a tutte le donne gravide.
Sebbene le ricerche condotte suggeriscano come la forma acuta dell’infezione sia identica sia in gravidanza che nella popolazione generale, è stato altresì riscontrato come l’infezione durante la gestazione aumenti il rischio di basso peso alla nascita, parto prematuro, diabete gestazionale ed emorragia antepartum.
Solitamente l’infezione da epatite B è asintomatica, mentre l’evoluzione può essere associata a disturbi addominali, vomito, nausea e febbre lieve. Come riportato dall’American College of Obstetricians and Gynecologists (ACOG) in alcuni casi può determinare complicanze quali la cirrosi epatica, il cancro al fegato e la morte prematura.
È bene a questo punto distinguere l’impatto dell’infezione da HBV sulla gravidanza e come la gravidanza modifichi la malattia da epatite B. Nelle donne con infezione cronica ma senza malattia epatica la gravidanza è generalmente tollerata e non vi sono prove che suggeriscano il rischio di sviluppo di altre malattie durante la gestazione. Anche se raro, considerando i cambiamenti immunologici tipici della gravidanza e del puerperio vi è il rischio di improvvisi e significativi aumenti dell’enzima alanina aminotransferasi (ALT).
Al contrario i medesimi cambiamenti immunologici potrebbero peggiorare o rivelare una malattia epatica. E qui emerge un’ulteriore elemento di criticità della gestione dell’epatite B durante la gravidanza. In presenza di cirrosi epatica, infatti, c’è un 50% di probabilità di problemi materni e fetali.
Per il feto c’è il rischio di ritardo di crescita intrauterina, infezioni intrauterine e morte, mentre per le madri il rischio maggiore è la rottura delle vene dell’esofago (varici esofagee) con conseguente sanguinamento soprattutto tra il secondo e il terzo trimestre e durante il travaglio. Altri rischi materni sono lo scompenso epatico, l’ittero il parto pretermine e la rottura di aneurismi splenici.
L’HbsAg è un antigene dell’epatite B e viene considerato il marcatore di infezione di riferimento. Questo perché, come spiega l’Associazione Onlus EpaC, il virus dell’epatite B dopo essere entrato nell’organismo a distanza di due mesi determina la possibilità di rilevare l’antigene nel sangue. Dopo pochi giorni si ha anche un aumento delle transaminasi.
L’anticorpo specifico (Anti-HBs) si manifesta solo al termine della convalescenza e compare dopo due mesi dalla scomparsa dell’HbsAg. La persistenza dell’antigene HbsAg dopo i 6 mesi indica la cronicizzazione dell’infezione.
L’esame viene eseguito su un campione di sangue che viene prelevato con il paziente a digiuno da almeno 3 ore.
In presenza di test per l’HbsAg positivo, è indispensabile approfondire i controlli per valutare la funzionalità e lo stato di salute del fegato. È infatti questa una delle discriminanti più importanti per la decisione sul tipo di trattamento da prendere. Le principali preoccupazioni nelle donne in gravidanza sono legate all’impatto che la terapia può avere sulla malattia epatica e gli effetti potenzialmente teratogeni sul feto, soprattutto nella fase dell’embriogenesi.
La terapia antivirale, che ha come scopo la diminuzione del rischio di tumore al fegato e cirrosi, può porsi l’obiettivo di controllare la malattia epatica nella madre e ridurre il più possibile il rischio di trasmissione al feto e al neonato.
I bambini nati da madri con infezione da epatite B vengono vaccinati nelle 12-24 ore successive il parto e, parallelamente, ricevono una dose di immunoglobuline specifiche anti-virus epatite B (HBIG). Il ciclo di vaccinazioni si completa con tre successive dosi dopo 1 mese, dopo 2 mesi e intorno al primo anno di vita. Questi bambini possono essere allattati al seno purché le madri non abbiano ragadi o sanguinamenti dal capezzolo.
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