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Non una malattia, ma una condizione che può provocare enormi disagi nei bambini interessati. Facciamo chiarezza, senza pregiudizi, su una realtà che interessa il 2-3% dei bambini.
Per parlare di disforia di genere infantile, una realtà delicata e legata a un profondo senso di disagio, ansia e depressione del bambino, è necessario chiarire i termini della questione.
Il primo aspetto da considerare è il sesso, ovvero l’elemento biologico di una persona e legato alla presenza dei cromosomi sessuali, delle gonadi, dei genitali esterni e dei caratteri sessuali secondari dell’essere maschi o femmine. Bisogna poi distinguere tra genere e identità di genere.
L’identità di genere è la cognizione soggettiva che ciascuno ha di appartenere o meno a una categoria di genere; il genere, invece, è quell’insieme di caratteristiche che culturalmente e socialmente costituiscono l’essere maschi o femmine.
Diversamente il ruolo di genere è il modo in cui pubblicamente ogni persona decidere di esprimere la propria identità di genere. Tutto questo, infine, non incide sull’orientamento sessuale, ovvero sulla preferenza verso una persona di questo o quel sesso biologico.
Come si può a questo punto meglio comprendere il sesso, il genere, l’identità di genere e il ruolo di genere possono non coincidere. Questa percezione di “incongruenza” genera nel soggetto che la vive un forte senso di ansia e angoscia che può essere anche grave e condizionare la vita di quella persona.
La disforia di genere infantile, quindi, è la condizione per cui il bambino non si riconosce con il sesso biologico e vive un profondo e forte stato di disagio. Il termine disforia, infatti, che è l’opposto di euforia, indica una condizione per la quale vi è un disagio psicologico in relazione all’incongruenza percepita tra il sesso biologico e la propria identità di genere.
Generalmente la disforia di genere infantile si manifesta intorno ai 2-3 anni di età e deve avere una durata, come precisato dall’American Psychiatric Association, di almeno 6 mesi ed essere caratterizzata dalla presenza di almeno sei segnali ed essere associata a un disagio clinicamente significativo e tale da condizionare e compromettere il normale funzionamento della sfera sociale e personale del bambino.
In questa fase ci possono essere i primi segnali di disforia, che possono poi scomparire e ripresentarsi tra i 3 e i 5 anni. Si parla quindi di disforia nell’età evolutiva, una realtà che per la sua grande discontinuità è spesso difficile riconoscere e diagnosticare.
Prima di vedere quali sono i segnali necessari per una diagnosi di disforia di genere infantile è doveroso chiarire un aspetto a ulteriore conferma della confusione semantica (e non solo) che ruota intorno a questo argomento.
Spesso nella cultura occidentale non vengono considerati anomali i comportamenti delle persone di sesso biologico femminile che hanno atteggiamenti considerati maschili, ma non viceversa. Questo determina l’attenzione sul fenomeno solo quando riguarda bambini biologicamente maschi che hanno atteggiamenti “effeminati”. In realtà dal punto di vista medico questi atteggiamenti “ambigui” non sono un problema e fanno parte del normale processo di sviluppo dei bambini. Il problema nasce, e si parla di disforia di genere infantile, quando il bambino, non percependo l’accordo tra sesso biologico e identità e ruolo di genere, presenta segnali di disagio anche gravi.
Questo fenomeno pone anche molti limiti nel riconoscimento della disforia di genere infantile. Secondo alcuni studi il fenomeno riguarderebbe il 2-3% dei bambini, ma secondo la Società Italiana di Pediatria si tratta di una realtà sottostimata.
La diagnosi di disforia di genere infantile, quindi, si basa sull’ansia, la depressione, l’irritabilità e il disagio percepito dal bambino e non sull’incongruità in sé. Per questo motivo (anche considerando come solo una minoranza di bambini mantiene la diagnosi di disforia di genere anche in età adulta) non vi è ancora un’indicazione precisa a livello scientifico (non ci sono ricerche esaustive in tal senso) sul favorire (ed eventualmente quando) la transizione medica e/o sociale dei bambini in età prepuberale.
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Il DSM-5, il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (Diagnostic and Statistical Manual of mental disorders), definisce la disforia di genere infantile come una marcata incongruenza tra il sesso biologico e l’identità di genere.
Questa è considerata tale, come anticipato, quando oltre al forte distress psicologico il bambino presenta sei di questi segnali:
La presenza di questi segnali si accompagna a senso di disagio, ansia e disturbi affettivi. L’aspetto fondamentale da monitorare è quello del malessere dei bambini.
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Alla luce di quanto detto è doveroso precisare che la disforia di genere infantile non è una malattia. La terapia è finalizzata a ridurre ed eliminare la sofferenza causata da una condizione che non è da considerare anomala ma che, per tanti motivi, crea disagio.
Un disagio non leggero e da non sottovalutare, sia per i gravi danni psicologici che possono accompagnare la crescita del bambino sia per i rischi che questi possono determinare. Sono in aumento, infatti, i rischi legati agli episodi di suicidio negli adolescenti, a conferma di come un approccio sano e corretto nell’infanzia sia fondamentale.
I genitori che riscontrano nei propri figli una realtà di questo tipo possono (e devono) seguire due vie parallele. Da una parte il supporto specializzato di natura psicologica e psichiatrica, dall’altra l’imprescindibile comprensione e accettazione di una realtà che non va curata, ma capita.
Il rifiuto familiare è infatti uno degli elementi che maggiormente condizionano i bambini e il tentativo di risolvere il “problema” con la costrizione ad accettare il genere associato al sesso biologico è non solo inutile ma controproducente.
In questo senso è fondamentale anche la prevenzione e la gestione, specialmente nella crescita e nel confronto con i coetanei, dei fenomeni di discriminazione e bullismo. Troppo spesso questi aumentano, esasperano e radicalizzano una condizione già difficile da accettare per i bambini, che li porta a essere spesso emarginati, a favorire il cosiddetto gender gap e facendoli sentire colpevoli, sbagliati, vittime di un incidente biologico o di una realtà che è per loro già motivo di sofferenza.
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