
Avere un figlio o puntare alla carriera? Dover scegliere è uno dei più grandi torti che si possa fare a una donna. Ecco perchè.
Il rientro al lavoro dopo la fine della maternità è per molte donne complicato; gestire l'allattamento e il proprio impiego non è sempre facile. Scopriamo quali sono le maggiori criticità e come affrontarle al meglio.
Il problema che appare in tutta la sua drammaticità è, purtroppo, sempre lo stesso: ovvero tutta la differenza che passa tra la teoria (le leggi in materia) e la pratica (i luoghi di lavoro con tutte le loro sfumature). Un insieme di leggi che spesso pur occupandosi della questione dell’allattamento per le donne che lavorano, risultano essere lontane anni luce dalla realtà professionale quotidiana. Una realtà che non si riesce ad affrontare a colpi di permessi, congedi e riposi che la legge italiana riconosce come diritti delle mamme che allattano.
Vanno chiarite fin da subito due cose: la questione riguarda l’allattamento in tutte le sue forme, sia esso al seno o artificiale, senza alcuna distinzione o discriminazione di sorta. Certo, esistono delle differenze tecniche e logistiche, ma in entrambi i casi a essere coinvolte e oggetto del nostro approfondimento, è il rapporto tra le donne e il lavoro, tra la possibilità di essere mamme e professioniste allo stesso tempo.
La seconda premessa è quella relativa ai datori di lavoro. L’emergere di dati e statistiche che mostrano tutte le criticità dell’allattamento nei luoghi di lavoro non è un j’accuse nei confronti di imprenditori, manager e direttori, i quali non devono subire le conseguenze di un problema che non è il loro.
La questione è tutta (culturale prima e normativa poi) quella che ruota intorno al considerare un problema una donna che rimane incinta e che, quindi, deve allattare. Perché posto in questi termini, sia che il problema lo si scarichi sulle donne sia che lo si carichi sulle spalle dei datori di lavoro, sempre un problema resta, creando tutti quegli squilibri che ancora oggi sono l’ordinario per le mamme che allattano e lavorano.
Partiamo con qualche numero. A livello mondiale solamente il 40% delle donne gode dei diritti minimi per la maternità. Soltanto il 12% degli Stati riconosce alle donne le (almeno) 14 settimane di permessi retribuiti previsti dalla Convenzione dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro.
In Italia negli anni precedenti è stato registrato un aumento delle donne che allattano al seno, ma il periodo medio di allattamento esclusivo è poco superiore ai quattro mesi. Questo a dimostrazione di come le donne che lavorano non riescano ad allattare i propri bambini nel primo anno di vita, anzi non riescano a farlo nemmeno per i primi sei mesi.
Va anche detto come spesso le ore di permesso per l’allattamento previste dalla legge italiana non siano sufficienti a garantire alla mamma di tornare a casa, allattare il bambino e rientrare nel posto di lavoro. Le distanze e il traffico urbano possono creare non pochi problemi in questo senso, senza dimenticare come spesso le ore di permesso vengano concesse dal datore di lavoro a fine del turno. Le donne possono uscire prima, ma non in funzione delle necessità del proprio figlio, ma secondo quanto impostato dal datore di lavoro per ridurre al minimo il problema.
La questione dell’allattamento nei posti di lavoro andrebbe inquadrata in maniera corretta e non, come detto, come un problema di cui liberarsi. Secondo le stime dell’Unicef, infatti, favorendo l’allattamento ci sarebbero 300 miliardi di dollari di risparmio per i sistemi sanitari pubblici, consentendo anche di salvare la vita di più di cinquecentomila bambini e delle mamme che, potendo allattare al seno, hanno un’ottima prevenzione contro il tumore.
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Per il sostegno alle mamme (ma anche i papà) che lavorano durante l’allattano la legge prevede la cosiddetta indennità per riposi giornalieri. Questa consiste di usufruire di un’ora di permesso giornaliero (se l’orario di lavoro è inferiore alle sei ore) o di due ore (se l’orario è superiore alle sei ore) per tutto il primo anno di vita del bambino.
L’indennità, pari alla retribuzione, raddoppia nei casi di parti gemellari o di affidamento di due o più minori. La retribuzione spettante per questi permessi viene anticipata dal datore di lavoro ed è a lui che va presentata la domanda, prima di usufruire del riposo giornaliero.
Nei casi in cui la retribuzione è erogata direttamente dall’INPS, invece, la domanda va inoltrata anche alla sede INPS di appartenenza. Per le lavoratrici autonome, invece, purché iscritte alla gestione separata dell’INPS spetta un’indennità del 30% della “retribuzione convenzionale prevista per l’anno di inizio del congedo stesso” e per un massimo di tre mesi.
Posto che il rientro al lavoro presenta una serie di criticità, come ci si può organizzare per gestire correttamente sia il proprio turno di lavoro che le esigenze del bambino?
Una prima soluzione, per quanto parziale, può essere quella di chiedere al proprio datore di lavoro di trasformare il proprio contratto in un part-time. Non sempre è possibile e non è detto che, finita la fase dell’allattamento, si possa ritornare al proprio contratto full-time.
Va detto anche che il passaggio a un part-time comporta anche un’evidente riduzione nella retribuzione, con tutte le conseguenze del caso. È un’opportunità da valutare nel caso in cui le altre soluzioni non fossero percorribili o non consentissero di vivere serenamente e proficuamente questo periodo.
La soluzione più percorribile è quella di programmare l’allattamento, scegliendo di dare il latte al bambino quando si esce di casa e appena vi si rientra. Questo può essere un modo per creare una routine, specie nei bambini più grandi nei quali si è già iniziato lo svezzamento e oltre al latte materno si utilizzano anche altri alimenti.
In molti casi anche programmando l’allattamento non si riesce a rispondere prontamente a tutte le esigenze del bambino, specie se si segue il cosiddetto allattamento a richiesta. Una soluzione, che però comporta il ricorrere a un biberon e quindi non più al solo esclusivo allattamento al seno, è quello di tirare il latte, conservarlo e farlo somministrare al bambino da chi assiste il bambino in assenza della madre (padre, nonni, baby sitter, eccetera).
Per la spremitura del latte bisogna considerare diverse cose, dalle difficoltà iniziali all’utilizzo del tiralatte o di altri metodi per potervi riuscire. In questi casi è poi doveroso ricordare come il latte materno duri dalle 3 alle 4 ore a temperatura ambiente (sotto i 25 °C), mentre la durata aumenta a 24 ore se conservato in una borsa termica o in frigorifero a una temperatura non superiore ai 4 °C.
Tirandosi il latte prima di uscire e facendo delle scorte la sera prima di andare a lavoro può consentire di affrontare piuttosto agevolmente il problema dell’allattamento. In questo caso è importante anche ricordare, come da linee guida del Ministero della Salute, che:
Se interrompi l’allattamento tieni presente che la produzione di latte diminuirà gradualmente dopo un po’ di tempo che il latte non viene assunto dal bambino e/o drenato. Per evitare disagi o problemi al seno, tutte le volte che hai una sensazione spiacevole di pienezza, spremi appena quel poco che basta per alleviare la tensione.
In tutti i casi in cui la mamma non può allattare appena il bambino lo richiede è fondamentale abituarlo ai nuovi ritmi. È un processo a volte difficile e che sicuramente richiede tempo; per questo motivo è importante che si decida cosa fare per potersi, anche qui, organizzare nel migliore dei modi.
L’ultimo consiglio è meno pratico ma altrettanto utile degli altri. È importante che le madri che lavorano siano consapevoli dei propri diritti e delle tutele, per quanto spesso insufficienti, presenti per accompagnare la fase dell’allattamento. Tutte le difficoltà del caso, che nella stragrande maggioranza dei casi inevitabilmente si dovrà affrontare (anche la stanchezza e il senso di colpa di dover salutare il proprio piccolo), vanno affrontate con serenità.
Può apparire una contraddizione, ma anche nelle tensioni e nei ritmi stressanti si può trovare una certa tranquillità, quella derivata della consapevolezza di consentire al proprio bambino di crescere nelle condizioni migliori. Perché difendere e credere nel proprio lavoro è propedeutico, non solo meramente dal punto di vista economico, alla creazione di un clima di serenità fondamentale per la vita del bambino e quella dei suoi genitori.
Un ultimo consiglio è quello che riguarda i datori di lavoro. Molto dipende dal tipo di attività che si svolge, ma con la volontà si possono ottenere importanti risultati. È quindi auspicabile che si favoriscano il più possibile la creazione di quelle condizioni per cui le mamme possano allattare e lavorare senza che le due cose vadano in contrasto.
È una questione di dignità delle donne, ma anche di salute e, per quanto poco esaltante dirlo, di convenienza. Allattare, specialmente al seno, aiuta i bambini ad ammalarsi meno, quindi alle loro madri di non assentarsi dal posto di lavoro.
In molti casi è quindi possibile creare degli asili nido aziendali, in modo che le madri non debbano fare chilometri per assistere i propri figli, ma anche mettere a disposizione stanze adeguate dove allattare o frigoriferi nei quali conservare, in modo che si trovi quel giusto equilibrio che aiuti imprenditori, mamme e bambini a vivere questa fase in maniera proficua per tutti.
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